27 - FEBBRAIO 1926, SPARISCE LA MADONNA DELLA PESCA A ROSANO
Tornò l’originale ?
Molti avranno notato i diversi tabernacoli stradali malridotti o vuoti perché mani ignote ne hanno rubato il segno religioso, così come altri che vengono curati e restaurati e, fra questi, uno fra i più antichi del nostro territorio: quello di Rosano. Un simbolo della pietà religiosa che si trova da secoli in quel luogo con una terracotta raffigurante la Madonna con Bambino con in mano un frutto che, vista la caratteristica della zona, tutti soprannominarono la Madonna della pesca. Ricordiamo inoltre che, alla fine degli anni Novanta, il tabernacolo versava in cattive condizioni e che subì un restauro concluso nel 1998. Da allora il tabernacolo si presenta .. come nuovo. Nuovo, sì, ma con la stessa ricorrente voce del passato che dubitava dell’autenticità del bassorilievo.
Un piccolo giallo!
Anni fa, infatti, qualcuno parlò del dubbio che il bassorilievo non fosse quello originale, per una chiacchiera che parlava di sostituzione. Un fatto che lasciò molti dubbi alla gente e che la portò a … pensare male.
Ma che cosa e quando successe? C’è veramente qualcosa da spiegare o siamo di fronte ad uno dei soliti gesti che talvolta si incontrano quando gli interessi … artistici superano quelli più squisitamente devozionali?
Vediamo il fatto, perlomeno dai documenti ufficiali.
Nella primavera del 1926, la Soprintendenza si accorge della sparizione della terracotta e attiva il Podestà di Rignano Umberto Pepi per conoscerne le ragioni. Questi si rivolge ai Carabinieri i quali riferirono che “… nel febbraio scorso il signor Carlo Canestri, agente dei beni della contessa Beatrice Pandolfini, ha rimosso il bassorilievo consegnandolo al parroco di San Martino a Prugnano perché lo conservasse nella chiesa. Lo ha fatto su ordine della nobildonna che dice di esserne la proprietaria, trovandosi l’edicola in un suo podere e ritenendo che fosse esposto al furto per non avere adeguata protezione ed essendo male conservato …”.
La Soprintendenza ricordò alla contessa Pandolfini e al parroco don Vittorio Focardi il divieto di rimuovere opere d’arte pubbliche senza autorizzazione, perché sottoposte a “vincolo di pubblica fruizione”, senza nascondere di non aver capito le definitive intenzioni nei suoi riguardi! Chiese le ragioni del gesto, in che stato di conservazione si trovasse al momento e un sopralluogo nella chiesa stessa; e il parroco si rimise alla contessa per ogni decisione!
La Pandolfini la prese larga e riferì che una persona di passaggio fece intendere a qualcuno del luogo che avrebbe acquistato volentieri l’opera, ricordò che questa non era mai stata murata, ma semplicemente appoggiata, quindi facilmente asportabile anche perché non chiusa. Questo allarme (di mesi prima) le suggerì di metterla in un luogo sicuro come la chiesa, in attesa di segnalare il fatto alle autorità. La lettera si conclude fra irritazione e ironia “(…) per aver interpretato una buona intenzione per un dovere di protezione, come un errore che, di fatto, ha evitato un allontanamento più completo (…) ma attendo comunque le decisioni da prendere (…)”.
Fin qui niente di particolare, se non fosse che fra le cose dette, quelle scritte e quelle nascoste fra le righe …!
Dopo tutto ciò, infatti, passano tre anni (!) e si arriva al 21 maggio 1929 senza novità, ma parlando di portare lo stucco a Firenze per un restauro e di mettere in sicurezza lo stesso tabernacolo. Il mese successivo è un susseguirsi di cambi di giorni e orari per il trasporto a Firenze dell’opera, dei nomi di chi l’avrebbe fatto e, finalmente, l’arrivo presso un artigiano nella zona sud della città.
Il 21 ottobre 1929 un semplice foglio rifà la storia della terracotta restaurata, aggiungendo, però, che “(…) per rimetterlo al suo posto occorre preparare il dosso con cemento e rendere piano il fondo della nicchia, mettere alcune staffe (…)”. Quello che stupisce è, però, il finale in cui Raffaello Niccoli aggiunge di “(…) aver scritto alla signora contessa Pandolfini affinché curi l’invio dello stucco presso l’Opificio delle pietre dure affinché esso venga restaurato opportunamente”!
La cartella della Soprintendenza non riporta altro, salvo un piccolo pezzo di carta spillato sull’ultimo documento dove, a firma Francini, si dice che “l’ingegner Niccoli assicura che lo stucco è stato restaurato e ricollocato al suo posto nel tabernacolo”. La data? Il 19 giugno 1936 …! Dieci anni. Decisamente troppi
In questa storia colpisce il vizio iniziale, un’interruzione troppo lunga, una procedura contorta, alcuni particolari non proprio chiari, molti vuoti insieme a nessuna comunicazione ufficiale per un bene artistico che la scheda della Soprintendenza (peraltro unica senza la fotografia!) aveva definito di pubblica fruizione.
Si sa che le chiacchiere valgono poco, ma quando seguono una storia così è lecito anche qualche dubbio. No?