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OLTRE
I LIMITI
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I brani che state per leggere, sono tratti dal volume "Tutto ebbe inizio…" un racconto di memorie che abbraccia più di trenta anni di esperienze artistiche in comune, uno speciale laboratorio aperto da dove sono passate, lasciando un loro contributo di arte e vita, tante persone. Il volume è stato scritto da Franco e Claudio che si sono alternati intersecando i propri ricordi e pubblicato nel 2005.
In quella convulsa fase nel pomeriggio sfuocato dell’estate, con in testa le interminabili cantilene di Jim Morrison, leggemmo ebbri le righe visionarie di Rimbaud saltellando lungo la riva del fiume sui ciottoli rotondi del greto; schizzandoci ridemmo delle storpiature lì per lì inventate, e placidamente allungati nella terrazza aperta sulla pescaia lasciammo cadere dalle mani parole innamorate nell’acqua dell’Arno. Con un piede dietro l’altro seguendo percorsi di sogno portavamo gli amici dentro le nostre visioni, un interminabile germogliare di strane situazioni legate agli intenti più seri. Gli amici, strane creature, volti sconosciuti, capelloni beati, con le loro facce intimorivano i nostri paesani, sornioni e bigotti (tuttora il paese dorme abbastanza, nonostante che molti di quelli che gridavano allo scandalo, per come noi andavamo in giro, siano stati ripagati da figli o nipoti che sono andati ben oltre, e senza nemmeno la scusa di un ideale). Calavano da Firenze e dintorni e si incontravano con noi, all’interno di quelle mura decrepite che mio nonno Cherubino, ci aveva lasciato nel fondo di un bicchiere, in cima ad una ripida scala, sospese sull’Arno. La mitica casa gialla (yellow sunshine, come la batteria con cui gli Atoomic Rooster si presentarono allo Space Elechtronics di Firenze, cuore pulsante dell’era nebulosa).
Andiamo ai
concerti Nei primi anni ‘70 eravamo stati, io e Franco, armati di sacco a pelo e pochi spiccioli, al Festival Pop che fu organizzato a Torre del Lago. Tre giorni di musica e mortadella, così fu etichettato dalla stampa, questo evento, che vide una gran quantità di giovani giunti da tutta Italia, invadere i viali tranquilli di quel paese marino ancora fuori stagione, rendendoli vivi di colori e suoni, e incuriosendo la gente diffidente di fronte a lunghe capigliature ed a stravaganti vestiti, oltre ad accampamenti tirati su qua e la per trascorrere le notti sotto le stelle. Fra i gruppi che si esibirono sullo sfondo della pineta ricordo, Nuova Idea, Alluminogeni, Gothfadar, Garibaldi, Rovescio della Medaglia, New Trolls, Osanna e molti altri ormai fusi in un'unica massa sonora, che la mia memoria non riesce più a scindere.
FenomenoLa politica ha fatto sempre parte della mia vita. Ci fu un periodo che trascorsi in lunghe serate di discussione, analisi politica e fiaschi di vin santo, con Fenomeno profondo studioso del Marxismo, e Noè una sorta di suo discepolo. Fenomeno era giunto a Rignano per un trasferimento che suo padre aveva ottenuto dalle ferrovie, gli assegnarono la casa cantoniera a un metro dai binari, (allora, quelle strutture abbandonate lungo la ferrovia che si vedono oggi, erano abitate, anche se sembra impossibile). Non poteva aprire nemmeno la persiana di camera, perché rischiava di vedersela portare via dal risucchio dei direttissimi, che quando passavano davano un senso di squilibrio a tutta la struttura. Eppure, non so come, riusciva a dormire fino a mezzogiorno, ignorando in maniera esemplare il fracasso della strada ferrata.
Quando iniziai i primi passi nella musica, formando con altri ragazzi del paese i "Grog" suonavo un basso Hofner, acquistato per centomila, a rate di diecimila mensili. Amici, ai quali lo prestai più tardi, me lo avrebbero diviso in due pezzi, con dubbia giustificazione (oggi sarebbe uno strumento da collezione). Per amplificatore, avevo acquistato una cassapanca della Davoli, un Organbass, così chiamato per la doppia funzione di ingresso per il basso e uno distinto per l’organo, rivenduto più tardi, quando lasciai il basso per una Fender Telecaster marcata 1967, rivenduta a sua volta in tempi recenti per bisogno di soldi ( il bisogno cancella ogni sentimento umano). Franco acquistò un Revox 2 piste (tuttora vivo e cigolante a causa degli acciacchi), ed i nostri pensieri sonori cominciarono ad essere realizzati, echi, cambi di velocità, sovraincisioni, rumori, inversioni e voci si affastellarono su di un nastro. Quelle prime sperimentazioni sonore registrate sono racchiuse nel "Nastro sperimentale 1". Prove e registrazioni, tutto avveniva in camera di Franco. A quelle prime esperienze partecipò anche Stratos (un musicista greco capitato a Rignano) con le sue congas e con una notevole sensibilità percussiva: gli bastava una scatola di cerini per fornirci una base. Gli inconvenienti per uno studio di registrazione in un normale appartamento abitato sono notevoli. Dovevamo avvertire in casa di fare silenzio quando erano in atto le registrazioni. Per il passaggio dei treni, transitavano sotto casa i direttissimi di tutta Italia con un terribile fracasso, non c’era che da incrociare le dita, oppure con sorriso serafico dichiarare ai nostri estimatori che quei rumori erano effetti voluti. "Cristalli Tibetani", la nostra prima cassetta autoprodotta nacque da quelle esperienze, il titolo era lì pronto e racchiudeva in sé i nostri interessi coltivati fino ad allora. Disegnai la copertina e le colorai una ad una con gli acquerelli.
Musicartigiana ed
il Revox La nostra esperienza stava crescendo così demmo vita a Musicartigiana, una sorta di gruppo-laboratorio, dove passarono diversi aspiranti musicisti. Lo stanzone, sottostante la casa di Franco, divenne il luogo per le prove e la base per l’amplificazione con tutti gli annessi, aste, cavi, luci, ecc. Un grande spazio dove potevano suonare sei o sette persone senza sgomitare, e se ci fosse stato un minimo di isolamento acustico, questo ci avrebbe evitato discussioni senza fine e reclami col vicinato: sempre pronto a urlare per il frastuono monotono e insopportabile. D’altra parte quando un batterista comincia a picchiare completamente preso dal suo ritmo e vuol farsi sentire dal chitarrista che tiene al massimo il suo amplificatore...! Mettemmo un po’ di soldi ciascuno, per acquistare, ultrausato, un impianto-voce Binson a valvole. Buono anche per arrostire le noccioline e tenere in caldo la birra, mbhè se a qualcuno piace calda?! Una sorta di cimelio tecnologico, ma degno per il suo eco di un posto in prima fila. Molti degli effetti ottenuti da Gilmour con la sua chitarra e che sono diventati il suono astralpsichedelico, provengono proprio dall’eco Binson.
La vena sperimentale, la creatività artistica era in pieno fermento, noi ci sbizzarrimmo ad inventare strumenti, spinti anche dalla cronica mancanza di soldi che non ci permetteva di comprare quelli già fatti, ma le sonorità che riuscivamo a trarre da questi strani oggetti erano delle vere e proprie rivelazioni. E siccome ognuno di essi era una nostra invenzione inventammo anche i nomi: Caiuto ( da Caio, mio soprannome), scatola metallica di biscotti Fratelli Lazzaroni, con corde di chitarra che gli giravano intorno; Pirimoog (da Pirite, soprannome di Franco, affibbiatogli quando ancora ragazzo, in gita all’isola del Giglio, rischiò, per cercare il famoso minerale, di perdere il traghetto di ritorno), generatore di suoni autocostruito che, passando attraverso l’eco Binson e altre diavolerie, strideva felice di aver preceduto nel tempo il più famoso Sintetizzatore; Zuccarra, manico di chitarra e cassa armonica fatta con una zucca da pescatori; Ciputra, strumento a fiato ricavato dal fusto essiccato della infiorescenza della cipolla; e ancora, sonagli di vario tipo, tubi di ottone e di ferro, bossoli, fischietti ad acqua, conchiglie, richiami per uccelli, giocattoli, carillon e tutto quello che oggi non ricordo.
Con un vecchio furgone Fiat (ex ambulanza) adattato in maniera casereccio-efficiente per Franco, andavamo stipati di strumenti ad esibirci per feste, manifestazioni, concerti nei locali alternativi fiorentini quali, Banana Moon, Gazofilacio, Macchina del tempo, Omnibus, oltre ad un passaggio al circolo Vie Nuove, e in quello di Brozzi. Non mancarono certo boicottaggi da parte del quadrupede ruotante. Una sera partimmo per suonare al Gazofilacio, scantinato adibito a locale in quel di via Serristori; la serata prometteva bene, l’euforia era ad un livello giusto, quando improvvisamente la bestia iniziò a singhiozzare, sbuffare, ansimare fino a spengere ogni forma di speranza ballerina dei pistoni. Ci guardammo senza nascondere una certa disperazione, finché deducemmo che nessuno si era preoccupato di fare benzina. Nel buio della periferia fiorentina qualcuno vide passare un ex ambulanza di colore verde, spinta da alcuni giovani di dubbia moralità. Certo non sapevano che il dramma era più profondo, dal momento che la bestia era anche carica di strumenti.
A Vaggio (il nostro tour razzolava molto nell’agreste Valdarno), si presentarono al concerto, coppiette di mezza età, con belle gote rosse rupestri, che inviarono un emissario sotto palco, a chiedere quando iniziassero le danze, e il repertorio di liscio. Ci guardammo esterrefatti, poi con un colpo di genio iniziai, la mitica Roberta di Peppino Di Capri, e almeno per cinque minuti risanammo la situazione, tanto per giustificare chi ci aveva chiamati, di fronte agli organizzatori che dovevano darci il centino. Da lì nacque il detto " a Vaggio ti perdi di coraggio". Dovevamo aprire la serata ai N.A.D.M.A. gruppo che accompagnava Don Cherry nei suoi concerti in Italia. Rimane anche una traccia su vinile della loro vita artistica molto originale, "uno zingaro ad Atlante con un fiore a New York". Loro arrivarono quando eravamo nel pieno del nostro trip musicale, senza interromperci, avendo compreso in pieno lo spirito di quei suoni, si misero sotto il palco a ballare danze tribali e battere il tempo partecipando a quella che divenne una incredibile festa sonora.
Strumenti base erano chitarre, 6 e 12 corde, congas, bonghi, cembali, pifferi, scacciapensieri. In seguito entrò basso elettrico e batteria, oltre la chitarra elettrica. A quel punto ovviamente era cambiato anche il suono, diventato come poi interpretò Pustianaz per Snowdonia, funky stralunato cantato in italiano. "Cristalli tibetani", "Orizzonti", "Liryc from the Tibet" <che insieme ad altri brani dal vivo fu pubblicata dalla Ano Record casa nastrografica indipendente e deviata per ovvi motivi al cesso>, "Futuro", "Sospiri e ritmi", "Non far sapere ai giapponesi quanto l’è bono…", "Alternanze"; furono un variegato insieme di cassette zeppe di suoni e canzoni che lasciammo circolare fra gli amici estimatori decisi a sorbirsi qualsiasi nostra proposta ed i giornalisti militanti e vocati all’ascolto delle nuove ed imprevedibili esperienze musicali <attraverso CRASH ci saremmo trovati anche io e Franco in questa veste ed alle prese con cassette inascoltabili>.
Musica acustica, con sfumature orientali e fughe psichedeliche, un occhio di riguardo verso testi impegnati, ed intromissioni di elettronica sperimentale. Il gruppo in questa fase si era notevolmente allargato, la batteria era fissa, il basso, due chitarre, gli effetti, a volte un altro percussionista. A tutto ciò si aggiunse, con la collaborazione di Claudio Gherardini, una forma di spettacolo che alternava musica e letture di brani poetici, che lo stesso Gherardini eseguiva eccitandosi con urla bestiali, mentre al mixer controllava suoni e volumi. E sempre ad opera sua allestivamo all’ingresso delle mostre di pittura, e se si riusciva a raccapezzare un telo sul palco si proiettavano delle diapositive lavorate a mano da Franco: gocce di colore, foglie di cipolla, ali di insetti, collage, e composizioni con i materiali più eterogenei. Completamente frastornati dal fatto di esser diventati un supergruppo, acquistammo, era la prima volta, un nuovo impianto voci con un mixer professionale, del quale eravamo molto orgogliosi, almeno finché non lo rivendemmo strangolati dalle cambiali e dal forzato ridimensionamento delle nostre aspettative.
Una Domenica fra le 11 e le 14, sotto un loggiato al centro di Rignano, usando Pirimoog, chitarra elettrica, percussioni varie e un vecchio giradischi Lesa bianco e rosso che funzionava a 16, 33, 45 e 78 giri, sul quale lasciammo girare un disco di Beniamino Gigli, variandone le velocità, realizzammo una sonorizzazione ambientale. A quali prove sottoponevamo i nostri compaesani!! Mentre i giovani che ci conoscevano si fermavano incuriositi, ascoltavano e chiedevano spiegazioni. Fase allucinante in piena era New Wave, mentre cercavo di capire se ci fosse una qualche onda dove collocarmi col mio suonare, furono una serie di prove nel garage di casa, con Maurizio Bugli e il Ceccantini di S.Giovanni, quello che mi aveva venduto la Telecaster. Lavorai come un forsennato, inchiodando coltroni e materassi per fare l’isolamento acustico, alla fine avevo realizzato una specie di camera iperbarica, dalla quale niente usciva, ma altrettanto niente entrava, e per niente intendo aria per i polmoni. Ciò, insieme ai reclami dell’inquilino di sopra, non ci permetteva di terminare mai un brano: era impossibile dopo pochi minuti respirare, come fu impossibile portare avanti quel tentativo di gruppo.
Sfondiamo la porta: -CRASH!CRASH o l’epopea della fanzine..
Disegnai la copertina del
numero 000, bisognava scrollarsi di dosso la storia di Musicartigiana con tutti
i suoi strascichi, quindi cosa di meglio di una porta con quel vecchio nome che
veniva schiantata con un enorme CRASH? Claudio sfornò il suo primo
retrocopertina folgorante, ed il resto delle pagine si riempì di nostri
interventi finalmente liberi di raccattare anche il ciarpame che ci ricopriva;
ritagli, colla e fantasia
era tutto quello che ci occorreva. Ancora oggi, alle volte, nonostante il
computer!?! Siglammo il tutto con un’incisione tratta da un’enciclopedia di
fine ottocento, firmandoci The aborigenous, in tempi ancora non sospetti.
Bastarono pochi numeri per ritrovarci pieni di collaboratori, e con le copie che
crescevano di numero in numero.
Rispolverammo il revox, e cavi, microfoni, aste, apparecchi vari riportarono la camera di Franco ad essere lo studio di registrazione. Il suo babbo ci diede un’occhiata che in breve significava:- Ancora qui a fare i balocchi, dopo 25 anni?!- al che rispondemmo:- Ugo, se è vero, come afferma la cosmologia, che l’universo è circolare, ogni volta che si è compiuto un giro, noi dobbiamo ritrovarci qui!- A quelle parole, tentennò il capo, si girò ed uscì dalla stanza. Stimolati da queste iniezioni di coraggio registrammo il nuovo Tape "La forza di un sogno", e via con rinnovato vigore verso una nuova avventura. Un’uscita dal vivo, insieme ad altri gruppi a Rignano, in occasione di Sorridi Bolivia, concerto organizzato per raccogliere i fondi per costruire uno studio odontotecnico in Bolivia, fece riassaporare il gusto di suonare su un palco, ed il pubblico numeroso decretò un discreto consenso ai nuovi brani presentati.
Le idee fioccavano come neve, i suoni si aggregavano in strutture
complesse sul nastro del revox: filtrato dalla pedaliera e da un montaggio
ardito, il suono della chitarra ci riapriva straordinari paesaggi immaginativi,
profondità industriali e spiagge lunari <mentre Claudio cambiava la
lunghezza delle ripetizioni, gli mandai come base il suono appena registrato,
ridotto di velocità, mi parve di ridiscendere le scale ferrose di una torre
marina, e di sentire intorno il volteggio urlante di uccelli fossili, fu una
piccola vertigine, una vampata sanguigna di voglia di creare>. Irene
studiava danza classica e moderna da diversi anni, una sera mi portarono al
cinema/teatro Puccini a vedere il saggio di fine corso, mi apparve nel suo
costume nero, muovendosi agilmente in mezzo alle altre, già matura per tentare
insieme le strade aperte dal rinnovato desiderio creativo, fu quindi naturale
coinvolgerla nel progetto, che divenne il “Laboratorio Suonidanza”.
Scrivemmo tre lavori musicali, compreso scenografia e coreografia
nell’arco di due anni e tornammo sul palco invitati dall’assessore alla
cultura di Rignano, all’interno della rassegna “Affetti musicali”, che
fino a quel momento aveva presentato solo la musica classica. “Acqua, terra, aria, fuoco” fu la prima opera: incentrata sull’idea degli elementi, dedicati all’uomo e alla natura <Claudio componeva a casa dei brani e veniva a farmeli ascoltare, cominciai a notare dei tratti peculiari che mi diedero modo di figurarmi gli elementi e di indirizzarlo verso questa idea, lui mi seguì e fu un gioco completare la struttura>, così l’acqua a “Le praterie di Posidonia”, la terra a “I cavatori senza nome”, l’aria ai poeti, era morto da poco Allen Ginsberg, il fuoco a “L’inferno urbano”. Il suono si muoveva dal raga al blues passando attraverso suoni concreti, sia su nastro che dal vivo. Irene <anche lei, dopo aver deciso insieme, in maniera sommaria i movimenti, ritornava per mostrarmi l’evoluzione di quelle idee embrionali, così pezzetto per pezzetto, nonostante la mia totale mancanza di esperienza in questo campo, riuscimmo a costruire l’opera> presentava all’inizio di ogni quadro, indossando un grande telo bianco, l’elemento corrispondente con un effetto materico, sotto l’intensa luce di un solo colore, dopo una pausa iniziava a danzare.
“Raggi di luna, Ombre di sole” fu la seconda opera presentata alla
rassegna “Affetti musicali” con una struttura più complessa, ed è giocata
sui contrasti, la notte ed il giorno, la mente ed il corpo, il lavoro ed il
gioco. Così le musiche costruiscono i vari scenari attraverso melodie,
dissonanze e ritmiche elaborate al computer. Irene interpreta con dolcezza e
veemenza i ruoli, un’atletica figura nera che scandisce le ore notturne, una
bianca folle innamorata della luna, la ragazza del mercato e l’impiegata
stressata dal lavoro, la danza notturna delle luci e la bambina che gioca col
suo burattino.
“Il volo dell’aquila reale” fu la terza opera, e dato il
particolare periodo che si stava vivendo, l’intervento nella guerra dei
Balcani, fu composta contro la guerra. Scrivemmo insieme due testi/poesia, che
Luca recitò con ispirata partecipazione durante lo spettacolo. Mentre la
scenografia diventava sempre più complessa, un telo che si macchiava di sangue,
una scatola prigione da spaccare, Irene continuava ad essere sola sul palco, a
doversi cambiare ed a interpretare i vari ruoli. Claudio per questa opera, oltre
alle musiche ed i brani registrati al computer, cantò anche una canzone
composta appositamente sul tema della guerra. Diversamente dalle altre due,
l’occasione per la messa in scena de “Il volo dell’aquila reale” ci fu
data dalla festa dell’Unità di Leccio. Il palco era minuscolo e dovemmo fare
i salti mortali per impiantare le scene e ricreare i movimenti di Irene: lei fu
splendida nonostante il nervosismo ed il ridimensionamento dello spazio, danzò
con energia e caratterizzò con aperta teatralità il dramma di un’umanità
rinchiusa e oltraggiata. Avevamo preparato un intervento per una serata contro
la pena di morte, Irene si trascinava come spinta da forze opposte verso la
sedia elettrica, con un sottofondo di chitarra elettrica distorta, ma non fu
possibile per i molti ritardi metterla in scena.
Il “Laboratorio Suonidanza”, è un laboratorio tutto organizzato in
famiglia, con Rosa (mia moglie) che concepisce e cuce i costumi per Irene
(nostra figlia) che come interprete principale studia i movimenti e le figure
teatrali, in una combinazione di danza moderna e classica, Patrizia (sorella di
Franco) che cura l’installazione della scenografia e la sequenza delle luci,
Camilla (altra figlia mia e di Rosa) che scatta le foto, Franco che traccia una
storia e segue la regia, ed io a fare, oltre al musicista, di volta in volta,
falegname, elettricista, macchinista, montatore e smontatore di tutto: impianto
voci, luci e scenografie.
Per fortuna siamo una struttura familiare visto che ci siamo dovuti
adattare alle situazioni più imprevedibili con la conseguente modificazione
della scenografia. Così per “Raggi di luna”, Claudio mi si presentò con la
faccia afflitta, gli chiesi che cosa fosse successo. Lui mi disse che era stato
a vedere il palco e che era occupato da una grande scenografia che non si poteva
smontare. Popoc, sbrigliare le idee e riadattare tutto, alla fine quelli che
sembravano impedimenti risultarono soluzioni formidabili, e fummo premiati dagli
applausi del pubblico.
Passo dopo passo siamo arrivati ai CD. Claudio mi passa la penna e mi chiede di commentare il contenuto. Che dire, il mondo è sempre qui e l’orizzonte dell’utopia si spinge ancora più lontano ma noi imperterriti continuiamo ad osservarlo, a sognare gli spazi per i nostri sentimenti che poi sono quelli di tutti, a credere in questa comunicazione creativa dove possiamo vivere le nostre emozioni un pochino più in là degli stereotipi, a cercare su questo terreno un confronto aperto e diretto. Claudio nelle canzoni e nei brani racconta di tutto quello che parliamo, sogniamo o di quello che ci ferisce dolorosamente e ci lascia l'amaro in bocca. Le canzoni non cambiano il mondo, ma creano delle comunità dove è più facile riconoscersi.
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